Direttore Responsabile Maurizio Gily
Aut. Trib. Alba n. 2/06 del 28.06.2006


Periodico di UNAVINI s.c.a.
Anno I, N. 10, DICEMBRE 2007

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IL NODO DELLA "INTERNAZIONALIZZAZIONE"

Maurizio Gily
 
Matteo Marenghi ha scritto in un recente editoriale su Infowine che non ci sono alternative all’allargamento del mercato, cioè dell’export, dei nostri vini e che anche le piccole aziende devono prenderne coscienza e attrezzarsi allo scopo. Impossibile contraddirlo. O meglio un’alternativa c’é, ma nessuno la vorrebbe neppure sentire: ridurre di un 30-40 % la produzione nazionale.
Giustamente Matteo richiama il ruolo delle istituzioni, considerato strategico per un settore in cui le aziende medio-piccole o molto piccole sono determinanti, essendo le più grandi in linea di massima già attive ed anzi in crescita sui mercati stranieri. A proposito di ruolo delle istituzioni sarebbe utile partire da un’analisi degli errori compiuti nel passato nelle politiche di settore, a vari livelli. Analisi complessa, che meriterebbe un trattato ampio e libero da condizionamenti, commissionato ad un pool di esperti veri, in parte stranieri e non “politically correct”, finanziato dal Ministero delle risorse agricole e/o del commercio estero (e qui già si percepisce una parte del problema), ai quali inoltriamo la proposta. A lume di naso suggerisco i seguenti punti critici:

1. A livello nazionale ci sono troppi interlocutori: ICE, Buonitalia, un paio di Ministeri…e altro. Gli imprenditori usano spesso lamentarsi che questi enti non funzionano (talvolta in modo troppo ingeneroso, perché oltre alle ombre ci sono anche luci, ma è ormai una moda dire che tutto quello che fa lo stato è malfatto, proponendo la teoria anche come attenuante per non chi non paga le tasse…) ma non sanno coagulare una proposta concreta di riforma da proporre alla politica ed anzi spesso le loro organizzazioni preferiscono corteggiare i politici con riverenze ed applausi piuttosto che metterli di fronte alle loro responsabilità. Questo accade anche a livello locale: lamentarsi è sempre più facile che fare proposte operative, e si preferisce comunque farlo “al bar” che scontrandosi con chi detiene il potere.

2. Le iniziative di promozione all’estero di molte istituzioni locali sono spot non mirati e dilettanteschi. Andare in missione in una capitale estera, talvolta con adeguato codazzo di giornalisti locali, sventolare la bandiera e tornare a casa, per ripetere la parata dopo sei mesi o un anno in un altro luogo del pianeta non serve a nulla se non a sprecare il denaro dei contribuenti. I mercati si affrontano uno per volta, con un progetto a lungo termine, instaurando una rete di servizi e solide partnership in loco.

3. La stessa partecipazione alle classiche fiere, sia in Italia che all’estero, da parte delle istituzioni locali, o quanto meno le modalità di tale partecipazione (in particolare ciò che si fa prima e dopo la fiera per consolidare i contatti), richiedono una riflessione critica. E’ vero che spesso sono gli stessi produttori, in particolare quelli che all’interno di questi spazi si sono costruiti nel tempo una piccola rendita di posizione,  a spingere in questo senso: tuttavia una seria valutazione del rapporto costi-benefici potrebbe in molti casi mettere in dubbio che si tratti di un buon investimento sul piano dell’interesse collettivo. In un mondo che sta cambiando rapidamente, soprattutto grazie allo sviluppo delle reti informative e telematiche, forse anche l’apparente inarrestabile crescita di eventi “tradizionali” come Vinitaly è destinata ad imboccare prima o poi un tratto di curva discendente. E forse se ne rendono conto anche gli organizzatori, che non a caso stanno allargando e diversificando le iniziative proprio sul piano dell’“internazionalizzazione”.

4. Internazionalizzarsi non vuol dire solo esportare l’offerta, ma anche importare la domanda. Il fenomeno multiforme che chiamiamo genericamente turismo del vino, e che comprende l’acquisto presso la cantina, rappresenta, in un paese come l’Italia e soprattutto per le piccole aziende, un’opportunità straordinaria.  Ovviamente la gente, soprattutto dall’estero, non arriva per caso, farla arrivare richiede investimenti, anche privati e non solo pubblici, che si riflettono sul prezzo del vino: per cui pensare che chi punta sulla vendita diretta può per questo vendere a prezzi più bassi è un errore. Se nella promozione sui mercati esteri la confusione e la sovrapposizione di ruoli è tanta, nella promozione del turismo del vino sui mercati di offerta (cioè sui territori vinicoli) il caos raggiunge livelli insuperabili. Regioni, strade del vino, province, comuni, camere di commercio, consorzi intercomunali e di altro tipo, associazioni varie strattonano ogni giorno i produttori a partecipare a cento iniziative diverse e scoordinate, dai concorsi enologici, alle fiere, alle realizzazione di depliant etc. etc.. E’ chiaro che un certo “grado di libertà” è inevitabile e persino utile, perché nella competizione le idee migliori dovrebbero emergere, ma almeno un tentativo di mettere un po’ d’ordine non guasterebbe. Ci provò il Piemonte con la legge sui distretti del vino, oggetto di valutazioni controverse. Ma almeno l’intenzione era buona.

5. Per alcune istituzioni, soprattutto i Comuni, le cose da non fare sono più importanti di quelle da fare ai fini della valorizzazione dei territori viticoli. Mi riferisco alla tutela del territorio e del paesaggio. C’é più di un territorio viticolo in Italia che non ha più questa carta da spendere, l’ha gettata via, perché l’aggressione cementizia e la “protervia sviluppista” come l’ha definita Carlo Petrini ne hanno definitivamente compromesso il fascino, cancellando i segni di un secolare paesaggio agrario fatto di viti, olivi, boschi e case rurali e sostituendoli con quelli di una brutta periferia urbana. E pensare che tra i comuni responsabili di tale scempio ve ne sono  pure di associati a “Città del Vino”... 

Ai nostri affezionati lettori

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