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SPAZZATURA VIA ESPRESSO |
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Maurizio Gily
Quando la sofisticazione del vino ed il cattivo giornalismo lavorano in contemporanea, al fine di vendere “pezzi” e copie in più, il danno che ciascuna delle due cose può fare da sola si moltiplica. E’ quanto è successo con un servizio dal titolo “Benvenuti a Velenitaly” del settimanale L’espresso, finto scoop sincronizzato sull’apertura di “Vinitaly”: manifestazione di cui si può anche dir male, ma che non si può insultare, insieme a migliaia di produttori seri che ad essa partecipano, parodiandone il titolo in copertina in riferimento ad un episodio squallido che con Vinitaly non ha nulla a che fare. Fa bene quindi Veronafiere ad intentare causa al settimanale come ha annunciato il presidente Castelletti. Finto scoop, dunque, non perché le notizie sull’esistenza del vino truffaldino siano false, sono purtroppo vere, ma vecchie di settimane se non di mesi, e già riportate dalla stampa: si è atteso Vinitaly per servire una minestra riscaldata, addizionandola di allarmi quasi certamente falsi per la salute pubblica e relativi titolacci in copertina. Dietro l’azione criminale c’è, riteniamo, la solita, immortale ricetta della sofisticazione: una percentuale minoritaria di mosto o vino nuovo, acqua, zucchero, lieviti per innescare la fermentazione, minime dosi di sali ammoniacali per alimentarli, altri sali in piccole dosi per aumentare ceneri e “sapidità” (sali usati anche, è vero, come fertilizzanti, ma in ben altri dosaggi), acidi organici ed inorganici per aiutare l’inversione del saccarosio e soprattutto per portare il pH (l’acidità della soluzione) a livello del vino, come si fa peraltro (in opportuna concentrazione, è ovvio) per acidificare tutte le bevande “soft” come Coca Cola e simili: senza, con ciò, provocare il cancro, come il giornalista Paolo Tessadri ha invece appreso da chissà quale fonte, forse direttamente dall’Altissimo: “i due acidi, insieme alle altre sostanze cancerogene (quali? NdR), non uccidono subito, ma lo fanno progressivamente, in modo subdolo”. Panzane. A quanto è dato sapere fino ad oggi di velenoso, in quell’intruglio destinato ai prodotti di “primo prezzo”, non c’è un bel niente, di cancerogeno neanche, se non nelle fantasie horror di Tessadri, di truffaldino invece tutto, il che è ovviamente molto grave e non saremo certo noi a minimizzarlo. Ma la differenza è evidente, ed è stata prontamente ricordata nei comunicati dei ministeri competenti e degli inquirenti. Aldo Petrucci, a capo della procura di Taranto, titolare dell’inchiesta, ha riferito testualmente “Non c'è traccia di sostanze pericolose per la salute” (Reuters). Ormai però il danno provocato al vino da incredibile ignoranza, sciatteria, protagonismo e avidità di incassi era fatto. Nelle pagine successive, dove si parla del Brunello (fatto recente) e Chianti (storia vecchia) conditi da uve “irregolari” cambia la firma, ed il livello professionale si alza un po’. Ma l’accostamente finisce per creare una gran confusione tra un disciplinare non rispettato da qualcuno (si parla di 17 ettari per il caso Montalcino) per la composizione delle uve, una vera sofisticazione di vasta portata ed un attentato alla salute pubblica (quest’ultimo inesistente), che sono tre cose di ben diversa e progressiva gravità. Il lettore è così portato a concludere che tutto il vino, quello che costa poco e quello che costa tanto, è taroccato e magari porta a morte lenta. E a chi invoca la libertà di stampa ricordiamo che libertà implica responsabilità, e non autorizza a pubblicare informazioni deformate, come la libertà dell’individuo non lo autorizza a prendere a ceffoni i passanti. Stimiamo come bravi professionisti i redattori della “guida dei vini” del gruppo L’espresso, una delle migliori sul mercato, i quali infatti si sono prontamente dissociati da quel servizio abietto. E’ con grande dispiacere, quindi, che rivolgiamo ai produttori italiani l’invito a non fornire i campioni per la prossima edizione di quella guida, perché pensiamo che non si debba collaborare con un editore che lucra slealmente sulla loro pelle. Quanto ai sofisticatori, spesso recidivi, figli e nipoti di sofisticatori (il primo arrestato, Castagna, era già finito nei guai con il metanolo), i produttori onesti, sottoposti regolarmente a controlli interminabili e defatiganti dei servizi ispettivi, non sono più disposti ad accettare indulgenza ed incertezza della pena per questi farabutti, del Sud (dove si fa il “lavoro sporco”, la produzione dell’intruglio: tre nomi sono trapelati, Tirrena vini, Vini e mosti concentrati srl ed Enoagri export) e del Nord (dove operano le centrali di imbottigliamento e smistamento. Al momento di andare in stampa una decina di nomi risultano indagati secondo fonti in attesa di conferma ufficiale). Se la magistratura ed il governo saranno deboli nell’azione penale e di prevenzione si rischia grosso, perché con la situazione di grave difficoltà in cui versa buona parte della viticoltura italiana nessuno può prevedere fino a dove può portare l’esasperazione della nostra gente. L’avviamento del piano dei controlli delle DOC su nuove basi va nella direzione giusta (anzi proprio grazie a questo alcuni “casi” sono venuti alla luce, come ha ricordato il presidente di Federdoc) ma non basta perché non copre la massa dei vini da tavola, dove si cela la grande sofisticazione. Sogniamo un paese normale e civile, in cui la notizia non sia che il vino è velenoso, ma che quattro sofisticatori sono stati condannati a qualche anno di galera, da scontare fino alla fine, interdetti a vita da ogni attività nell’agroalimentare, e le aziende ed i beni sequestrati, affinché non possano più nuocere. « Indietro |
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