Direttore Responsabile Maurizio Gily
Aut. Trib. Alba n. 2/06 del 28.06.2006


Periodico di UNAVINI s.c.a.
Anno II, N. 7, OTTOBRE 2008

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LA PERGOLA IN ITALIA, SOLO PAESAGGIO?

Negli ultimi decenni le forme di allevamento a chioma orizzontale (pergole) sono state criticate e molti, compresi gli estensori di piani regionali di riconversione vigneti, ne hanno suggerita la riconversione alla controspalliera. Ma siamo certi che la pergola sia “da buttare”?
 
Maurizio Gily
 
In un articolo di alcuni mesi fa su questo giornale il collega Francesco Iacono ha scritto della omologazione del paesaggio viticolo italiano, con i nuovi impianti ormai ispirati ad una sorta di “pensiero unico” per quanto riguarda sesti di impianto, sostegni, forme di allevamento, chiedendosi se questo non contribuisca a quella standardizzazione che tutti, a parole,  fuggono come la peste.
I detrattori sostengono che gli impianti a pergola hanno di norma sesti di impianto radi, e quindi troppe gemme e troppi grappoli per pianta, oltre ad altre magagne (ad esempio la distanza dei grappoli dal suolo) che determinano bassa qualità delle uve.
Tali erano le teorie che illuminavano il mio cammino quando entrai in contatto diretto con i sistemi a pergola, iniziando, anni fa, un’attività di consulenza viticola in Abruzzo, dove è diffuso il famigerato tendone. Quando, con i colleghi abruzzesi, dalla teoria si passò ai fatti, cioè alle misure, la teoria mostrò però vistosi cedimenti. Non solo in alcuni vigneti a tendone (beninteso: ben gestiti e con produzioni equilibrate) si raggiungevano risultati qualitativi eccellenti, ma addirittura, almeno in alcune annate, superiori a quelli di confinanti vigneti a spalliera. Negli anni il numero di osservazioni raccolte è stato alto (v. Informatore Agrario 17/2005): non ne emerge una “superiorità” del tendone, ma neppure validi motivi per una sua frettolosa cancellazione. Nel frattempo altri lavori pubblicati, ad esempio dall’Istituto di San Michele all’Adige, hanno mostrato risultati qualitativi interessanti su vigneti a pergola (trentina) in raffronto con altre forme di allevamento, in particolare su alcuni vitigni e per vini destinati al segmento medio del mercato, con ottimo equilibrio tra produzione e qualità. Recentemente ho visitato la “Sella & Mosca” di Alghero, la seconda azienda italiana per superficie accorpata con oltre 500 ettari di vigneto in una sola unità produttiva, in gran parte a pergola (in questo caso pergola sarda): il Dott. Stefano Biscaro, responsabile viticolo, mi ha riferito che, a parità di produzione per pianta, non ha mai osservato una qualità peggiore della pergola rispetto ad altri sistemi e per questo l’azienda continua ad impiegare questa forma di allevamento tradizionale, adattando allo scopo uno specifico parco macchine. Potrei citare ancora la Valpolicella ed altre zone del Nord Est, dove un “ripensamento” rispetto alla calunniata pergola sembra essere in atto da parte di alcuni produttori.
Non è possibile qui scendere troppo nel dettaglio di questo “dibattito” che attraversa l’Italia e dei vari argomenti e dati portati a favore o contro le diverse opzioni. Proverò di seguito a sintetizzare alcuni punti critici, sulla base della teoria consolidata e della mia personale esperienza.
 
1. Densità di impianto. Si possono realizzare vigneti a densità almeno media anche con i sistemi a pergola, quindi la chioma orizzontale non è strettamente legata a basse densità. Una modifica abbastanza semplice del classico tendone consiste nel dimezzare la distanza su uno dei lati raddoppiando così la densità (che nel tendone 2,5 x 2,5 risulta di 1666 piante per ettaro). Peraltro in alcuni ambienti, con suoli fertili e poche limitazioni ad una completa maturazione, non sempre questo porta ad un effettivo miglioramento qualitativo. In altri ambienti invece, ed avendo per obiettivo un vino di alta gamma, aumentare la densità è necessario.

2. Costi di produzione. I costi di impianto sono maggiori nella pergola, a pari densità di impianto. Ma i costi di gestione sono tendenzialmente più bassi. Infatti per un’azienda non meccanizzata la richiesta di ore di lavoro è molto superiore nella spalliera verticale, per il palizzamento della vegetazione e la potatura verde; nella pergola la prima operazione non esiste e la seconda è limitata. Una meccanizzazione integrale può (forse) modificare questi rapporti a favore della spalliera, visto che la pergola ha ricevuto in tal senso meno apporti di invenzione e applicazione industriale, ma risulta economica solo su grandi superfici. Sotto il profilo della fatica dei lavoratori due aspetti depongono invece contro la pergola: la posizione delle braccia durante i vari lavori sulla chioma, compresa la raccolta, è più faticosa, ed è impossibile (salvo che in alcuni tipi di impianto e con alcuni modelli di trattrice) utilizzare trattrici con cabina.

3. Vigore della chioma ed ombreggiamento. Un eccessivo ombreggiamento dei grappoli è un problema comune nelle forme a pergola: le conseguenze sono un elevato rischio di malattie ed una possibile composizione squilibrata dell’uva (ad esempio elevati livelli di acido malico, tannini verdi e odori e sapori erbacei nel vino). Tuttavia questo aspetto è legato al vigore della chioma. Un buon equilibrio vegetativo comporta la presenza di ampie “finestre di luce” nella pergola, che consentono il passaggio del sole e di flussi d’aria, nonché dei trattamenti antiparassitari, che diversamente non raggiungono la pagina superiore delle foglie e le femminelle. Nella spalliera si può far fronte all’eccesso di vigore con cimature e sfogliature, nella pergola è quasi impossibile: si tratta comunque di interventi correttivi e non risolutivi, l’equilibrio del vigneto va ricercato comunque attraverso misure preventive, non correttive, in entrambi i casi. La misura delle finestre di luce a terra consente di valutare in modo sintetico l’equilibrio della chioma (foto). Nei vitigni a maturazione tardiva (ad esempio il Montepulciano) occorre tener conto che a fine stagione il sole è più basso sull’orizzonte, quindi sotto la pergola aumenta l’ombra, e con essa il rischio di marciumi del grappolo.

4. Cattura della luce. Un modo semplice, anche se approssimativo, di valutare l’efficienza di un vigneto nel catturare la luce solare consiste nel calcolo della SFE (superficie fogliare esterna). E’ un semplice calcolo geometrico. Su una vite a spalliera, ad esempio, per calcolare la SFE, in metri quadrati, di un metro di filare si moltiplica l’altezza netta della parete fogliare per due (perché il filare ha due facce) e si somma ad essa la larghezza del “tetto” (cioè lo spessore della vegetazione). Se la SFE al metro è, per fare un esempio classico, di 3 metri quadri, e la distanza tra i filari è 2,5 metri, la SFE per ettaro è a pari a 3 x 4000, cioè 12000 mq, essendo 4000 lo sviluppo lineare dei filari su un ettaro (10000 mq / 2,5 m).  Il rapporto tra SFE e chilogrammi di uva è un parametro fondamentale di previsione qualitativa, e dovrebbe, di massima, essere superiore a 1 per vini di qualità. E’ evidente che in un vigneto a pergola la SFE può essere al massimo pari alla superficie del terreno, quindi 10000 metri quadri ad ettaro. La produzione per la pergola dovrebbe quindi essere più bassa che per la spalliera? In realtà non è così, perché la pergola è più efficiente nella fotosintesi, in quanto riceve luce diretta per tutto il giorno, mentre le facce del filare sono alternativamente esposte al sole o all’ombra. Inoltre un ruolo chiave è svolto dalle femminelle, che svettano sopra il tetto ricevendo luce anche lateralmente.

5. Distanza dell’uva dal suolo. Popolarmente si sente dire che l’uva vicino al suolo “sente” di più il calore della terra e quindi matura meglio. Di fatto vicino al suolo l’escursione termica è più alta: di giorno fa più caldo, di notte fa più freddo. Infatti nella pergola sono rari i danni da gelate e questo ne spiega la diffusione in zone montane (ad esempio nella Valle dell’Adige, a Morgex in Val d’Aosta, a Carema in Piemonte, nelle valli argentine). E’ noto (anche se, espresso in questi termini, il concetto è impreciso) che l’escursione termica è un parametro importante per la maturazione e la qualità dell’uva, quindi si tratta di un argomento a sfavore della pergola (nonché del cordone libero, del Casarsa e di altre forme in cui il frutto è alto da terra). Con un paio di precisazioni: primo, in climi caldi o su vitigni precoci può essere preferibile, in maturazione, avere meno escursione termica ma evitare di esporre le uve a temperature diurne altissime; secondo, in ambienti dove il clima è caratterizzato da regimi di brezza (ad esempio molte regioni costiere), le differenze di temperature tra grappoli a mezzo metro e a un metro e mezzo sono irrilevanti perché i flussi d’aria rimescolano gli strati.
Per concludere, non sono un partigiano della pergola ma sottolineo che non esiste un “pensiero unico” su questo argomento. Come sempre bisogna valutare le risposte della pianta in base al vitigno e all’ambiente dove si opera, tenendo conto del vino-obiettivo, dei costi di produzione e delle altre variabili in gioco, fidandosi più dei risultati misurati che delle teorie: e se necessario, poi, rivedere le teorie...

Un’ultima osservazione: l’abitudine in viticoltura è potente. Cambiare modo di potare e allevare la vite (come in genere ogni cambiamento profondo della tecnica agronomica) in un’azienda o in un territorio richiede l’acquisizione di una formazione specifica e di una nuova esperienza da parte degli operatori, di un nuovo, come si dice nel campo industriale, “know-how” (“sapere come”). Sottovalutare questi aspetti porta sempre a cattivi risultati (nelle riconversioni dalla pergola alla spalliera i casi sono molti), ai quali segue spesso ad un ritorno al passato, nella convinzione, spesso errata, che l’innovazione fosse sbagliata, mentre in realtà era sbagliato il modo di realizzarla.

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