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E SE PROPONESSIMO PER LE DOCG UNA "DECRESCITA FELICE"? |
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Quando l’anno scorso scoppiò il caso Brunello alcuni argomentarono che il taglio con altri vitigni “miglioratori” era necessario perché molti avevano piantato Sangiovese in zone inadatte. La motivazione mi parve assai peggiore della proposta stessa (quella cioè di autorizzare il taglio): siccome ci siamo messi in condizioni di fare un vino mediocre, ci mettiamo il Syrah e lo aggiustiamo (???).
Ora leggo una dichiarazione del presidente del consorzio del Prosecco, nuova DOCG, che dice che vuole arrivare a fare tante bottiglie quante lo Champagne. Nel 2006 le cantine della Valpolicella hanno messo in appassimento tanta uva da fare 16 milioni di bottiglie di Amarone (a questo proposito giunge notizia dal blog della nostra collaboratrice Elisabetta Tosi che il Consorzio di Tutela ha chiesto alla Regione Veneto di abbassare dall'attuale 70% al 50% il quantitativo di uve da mettere a riposo per la realizzazione di vini da appassimento. Si propone insomma di chiudere la stalla: peccato che i buoi siano già scappati). Quanto allo Champagne stesso, si è arrivati a produrre legalmente 155 quintali per ettaro. Gli effetti sulla qualità generale del prodotto si sono visti e la scoppola è puntualmente arrivata: meno venti per cento di vendite nel 2008, dopo anni di crescita tumultuosa. Nelle Langhe la foga piantatoria è arrivata a rivoltare letteralmente versanti collinari per piantare Nebbiolo da Barolo con le giuste esposizioni, ma oggi si fatica molto a vendere Barolo, a partire dal più importante mercato, quello USA: dieci anni prima la corsa era per il Brachetto ad Acqui, poi il Consorzio ha contingentato in modo sempre più severo la produzione per ettaro nel tentativo di riequilibrare il mercato, siamo ormai sotto le 5 tonnellate, ma la misura si dimostra tanto incongrua rispetto alla realtà quanto incapace di risolvere il problema.
C’è voluta la crisi economica per dare a tutti quanti una calmata. Eppure si sa da sempre che le mode passano e le vigne restano. Se si perdono spazi di mercato altri li riempiranno, si obietta: ma per i proprietari e i conduttori dei fondi, cioè la parte agricola, lo scopo di una denominazione di origine, che proprio per loro è stata creata, è, paradossalmente, proprio quello di perdere eventuali “spazi di mercato”. Una DOC, e, a maggior ragione, una DOCG, è il tentativo di creare un monopolio collettivo e un’offerta rigida, tale da non poter crescere, o crescere comunque in misura inferiore alla domanda, e preferibilmente variando le rese di anno in anno piuttosto che la superficie vitata: in questo modo si sostiene il prezzo del prodotto e il valore del fondo. Per inseguire la domanda esistono i vini da tavola, i marchi privati, al limite i vini IGT, categoria “di frontiera”. Ma non le DOC e soprattutto non le DOCG. E’ comprensibile che l’industria abbia una visione diversa: quello che lascia perplessi è che anche la parte agricola e le cooperative si lascino spesso e volentieri trascinare in una visione “sviluppista” che alla lunga (neanche troppo, mediamente dai tre ai cinque anni) si traduce in un gioco al massacro sui prezzi, del quale gli agricoltori pagheranno il conto. E’ curioso come la storia si ripeta senza insegnare nulla: è peraltro evidente che non si può chiedere al singolo di autolimitarsi, per questo esistono i consorzi di tutela: toccherebbe a loro fissare le regole del controllo dell’offerta a tutela degli agricoltori, invece di proclamare, come fa qualcuno, una smania di crescita che porta vantaggio solo a chi non rischia nulla.
La corsa ininterrotta a creare nuove DOC è un’altra prova del fatto che il senso della denominazione è stato smarrito. La DOC è la formalizzazione di uno stato esistente, di riconosciuta qualità e tipicità di una produzione, non un modo per valorizzare un prodotto di invenzione, che è invece una missione dei marchi e brevetti industriali. Quello che c’era da fare in questo senso è stato fatto nei primi quindici anni dall’istituzione delle DOC (1964). Quasi tutte quelle che sono venute dopo (fanno eccezione quelle “regionali” e poche altre) non hanno questo radicamento in una tradizione, né sono riconoscibili da parte del consumatore, e infatti, con poche eccezioni, non hanno avuto e non avranno successo. In conclusione, a mio modesto avviso, per salvare le DOC e le DOCG dalla banalizzazione bisogna pensare a una decrescita, sia nel numero delle denominazioni che, almeno in alcuni casi, in quello dei volumi: e usare, per riempire nuovi spazi di mercato, ammesso che ci siano, strumenti diversi. « Indietro |
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